Pagine

venerdì 29 marzo 2013

Leonardo, il Cavallo e il Duca


Nell’ultimo quarto del XV secolo, a Milano, l’incontro e la somma delle ambizioni politiche di un Duca magnifico e privo di scrupoli, e quelle di un Genio in cerca di sfide sempre più ardue, generarono uno dei più ambiziosi progetti artistici del tempo. Una storia entusiasmante che proviamo a raccontare, scusandoci con i lettori più eruditi se, da profani qual siamo, incorreremo in qualche svista o inesattezza.



Prologo

C’era una volta un duca, di nome Galeazzo Maria Sforza, che volendo glorificare suo padre Francesco, a cui doveva tra l’altro la signoria della città di Milano, immaginò un imponente monumento equestre in bronzo a grandezza naturale, da situare all’interno del Castello o sul rivellino, verso la piazza.

Oggi come oggi le statue di re, generali e condottieri a cavallo non sono una rarità, ma all’epoca ce n’erano ben poche, perché non c’era chi sapesse farle. A fregiarsi del bronzeo monumento equestre erano solo in due: Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, la cui statua fu fusa da Donatello a Padova tra il 1446 e il 1453, e Bartolomeo Colleoni, immortalato a Venezia dal Verrocchio una quarantina d’anni dopo. Entrambe le statue erano a grandezza naturale, entrambe rappresentavano il cavallo al passo con una zampa sollevata, entrambe furono fuse a cera persa, entrambi gli artisti erano fiorentini.

Donatello stabilizzò prudentemente il cavallo facendogli posare la zampa sollevata su una palla di cannone. Verrocchio riuscì a farlo star dritto su tre zampe senza cascare. Per fare di meglio si dovette attendere il ‘600, quando Pietro Tacca montò sua maestà Felipe IV su un cavallo rampante in bilico sulle sole zampe posteriori.

Dunque il signore di Milano non chiedeva poca cosa quando nel 1473 incaricò il suo funzionario Bartolomeo da Cremona di cercare artisti cui affidare l’opera. La ricerca, estesa oltre che a Milano anche ad altre città, tra cui Roma e Firenze, non diede risultati entusiasmanti. Qualcuno propose di ripiegare sul rame martellato e dorato, qualche altro di rifugiarsi nell’ottone. Il progetto non ebbe seguito: tre anni dopo Galeazzo Maria fu ucciso in una congiura e la statua a cavallo andò in cavalleria.

Il Duca

La successione non fu senza traumi, e dopo quattro anni di lotte e faide, tradimenti e teste mozzate, Ludovico il Moro, fratello di Galeazzo, si fece nominare tutore del legittimo erede Gian Galeazzo, tra l’altro suo nipote, estromettendolo dal trono.
Ludovico Il Moro
Ludovico, con la moglie Beatrice d’Este, fu un grande mecenate, nella migliore tradizione dei principi italiani del rinascimento, e fece suo il progetto della statua equestre per Francesco Sforza, che alla fine era anche suo padre. Nel 1484 si rivolse a Lorenzo il Magnifico; questi interpellò Antonio del Pollaiolo, però poi decise di spedirlo a Roma a mo’ di ambasceria, e a Ludovico non fornì altro che dei disegni. D’altronde a Milano ci aveva già mandato Leonardo, che tra l’altro aveva manifestato un vivo interesse per aggiudicarsi l’opera.

Leonardo era a Milano dal 1482, ma all’inizio faticava alquanto a farsi accogliere. Nel 1483 si rivolse al Moro con una lettera nella quale si proponeva come ingegnere militare e come artista, e vantò di poter realizzare l’agognato monumento.
Il laboratorio di Leonardo era in Corte Vecchia, dove ora c’è il Palazzo Reale. Avuta la commessa, e incassato l’anticipo, Leonardo se la prese, al suo solito, da molto lontano, iniziando un accurato studio dei cavalli che lo portava a gironzolare in lungo e in largo visitando le varie scuderie del Duca, osservando diligentemente quanto vedeva prendendo appunti e facendo disegni. Il suo cavallo doveva essere perfetto, forse la composizione ideale dei più begli esemplari che Milano offriva. Che volesse surclassare i monumenti esistenti era fuori dubbio. La prima composizione era già fuori dal comune: un cavallo rampante sulle zampe posteriori nell’atto di travolgere un nemico.

Nel 1489 Leonardo, nella sua meticolosa e scientifica ricerca, non aveva ancora sortito risultati che il Duca potesse considerare come “avanzamento lavori”. Così il Moro chiese a Lorenzo il Magnifico di mandargli “un maestro o due apti a tale opera et benché gli abbi commesso questa cosa in Leonardo da Vinci, non mi pare molto la sappia condurre”.
In effetti non è noto a che punto fossero i lavori. Leonardo ebbe davvero una pausa in quel periodo, e riprese a lavorare solo nel 1490, ma su un progetto completamente diverso. Il cavallo non era più rampante: si ritornava alla classica postura su tre zampe, e del cavaliere s’era persa ogni traccia. Ciò che stupiva, però, erano le dimensioni: assolutamente enormi.

(continua)

Nessun commento:

Posta un commento