Nell’ultimo quarto del XV secolo,
a Milano, l’incontro e la somma delle ambizioni politiche di un Duca magnifico
e privo di scrupoli, e quelle di un Genio in cerca di sfide sempre più ardue,
generarono uno dei più ambiziosi progetti artistici del tempo. Una storia
entusiasmante che proviamo a raccontare, scusandoci con i lettori più eruditi
se, da profani qual siamo, incorreremo in qualche svista o inesattezza.
Prologo
C’era una volta un duca, di nome
Galeazzo Maria Sforza, che volendo glorificare suo padre Francesco, a cui doveva
tra l’altro la signoria della città di Milano, immaginò un imponente monumento equestre
in bronzo a grandezza naturale, da situare all’interno del Castello o sul
rivellino, verso la piazza.
Oggi come oggi le statue di re,
generali e condottieri a cavallo non sono una rarità, ma all’epoca ce n’erano
ben poche, perché non c’era chi sapesse farle. A fregiarsi del bronzeo
monumento equestre erano solo in due: Erasmo da Narni, detto il Gattamelata, la
cui statua fu fusa da Donatello a Padova tra il 1446 e il 1453, e Bartolomeo Colleoni,
immortalato a Venezia dal Verrocchio una quarantina d’anni dopo. Entrambe le
statue erano a grandezza naturale, entrambe rappresentavano il cavallo al passo
con una zampa sollevata, entrambe furono fuse a cera persa, entrambi gli
artisti erano fiorentini.
Donatello stabilizzò prudentemente
il cavallo facendogli posare la zampa sollevata su una palla di cannone. Verrocchio
riuscì a farlo star dritto su tre zampe senza cascare. Per fare di meglio si dovette
attendere il ‘600, quando Pietro Tacca montò sua maestà Felipe IV su un cavallo
rampante in bilico sulle sole zampe posteriori.
Dunque il signore di Milano non
chiedeva poca cosa quando nel 1473 incaricò il suo funzionario Bartolomeo da
Cremona di cercare artisti cui affidare l’opera. La ricerca, estesa oltre che a
Milano anche ad altre città, tra cui Roma e Firenze, non diede risultati entusiasmanti.
Qualcuno propose di ripiegare sul rame martellato e dorato, qualche altro di
rifugiarsi nell’ottone. Il progetto non ebbe seguito: tre anni dopo Galeazzo
Maria fu ucciso in una congiura e la statua a cavallo andò in cavalleria.
Il Duca
La successione non fu senza
traumi, e dopo quattro anni di lotte e faide, tradimenti e teste mozzate,
Ludovico il Moro, fratello di Galeazzo, si fece nominare tutore del legittimo
erede Gian Galeazzo, tra l’altro suo nipote, estromettendolo dal trono.
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Ludovico Il Moro |
Leonardo era a Milano dal 1482,
ma all’inizio faticava alquanto a farsi accogliere. Nel 1483 si rivolse al Moro
con una lettera nella quale si proponeva come ingegnere militare e come artista,
e vantò di poter realizzare l’agognato monumento.
Il laboratorio di Leonardo era in
Corte Vecchia, dove ora c’è il Palazzo Reale. Avuta la commessa, e incassato
l’anticipo, Leonardo se la prese, al suo solito, da molto lontano, iniziando un
accurato studio dei cavalli che lo portava a gironzolare in lungo e in largo visitando
le varie scuderie del Duca, osservando diligentemente quanto vedeva prendendo
appunti e facendo disegni. Il suo cavallo doveva essere perfetto, forse la
composizione ideale dei più begli esemplari che Milano offriva. Che volesse surclassare
i monumenti esistenti era fuori dubbio. La prima composizione era già fuori dal
comune: un cavallo rampante sulle zampe posteriori nell’atto di travolgere un
nemico.
Nel 1489 Leonardo, nella sua
meticolosa e scientifica ricerca, non aveva ancora sortito risultati che il
Duca potesse considerare come “avanzamento lavori”. Così il Moro chiese a
Lorenzo il Magnifico di mandargli “un
maestro o due apti a tale opera et benché gli abbi commesso questa cosa in
Leonardo da Vinci, non mi pare molto la sappia condurre”.
In effetti non è noto a che punto
fossero i lavori. Leonardo ebbe davvero una pausa in quel periodo, e riprese a
lavorare solo nel 1490, ma su un progetto completamente diverso. Il cavallo non
era più rampante: si ritornava alla classica postura su tre zampe, e del
cavaliere s’era persa ogni traccia. Ciò che stupiva, però, erano le dimensioni:
assolutamente enormi.(continua)
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